Alkamar, la strage dei misteri: tanti gli interrogativi che avvolgono l’eccidio di Alcamo Marina.

Verso la verità.

Quella mattina del 13.02.1976 tutto sembrava avere trovato il suo “ordine giuridico”: quattro giovani alcamesi e un uomo di Partinico avevano confessato l’eccidio di Alcamo Marina del 27.01.29176, nel quale due giovani carabinieri, Salvatore FALCETTA e Carmine APUZZO, erano stati barbaramente uccisi durante il sonno. L’anarchico Giuseppe VESCO aveva chiamato in correità Giuseppe GULOTTA, Giovanni MANDALA’, Vincenzo FERRANTELLI e Gaetano SANTANGELO, con i quali, appunto, aveva organizzato l’irruzione nella piccola casermetta della località balneare di Alcamo Marina, indicando nel GULOTTA il soggetto che aveva sparato ai due poveri carabinieri. Tutti, tranne Giovanni MANDALA’, nell’arco di qualche ora, interrogati dai carabinieri di Alcamo, confessavano le rispettive responsabilità.

Indagine chiusa, macchè!

La mattina successiva al fermo, GULOTTA, MANDALA’, FERRANTELLI e SANTANGELO ritrattavano la loro confessione e denunciavano gli stessi carabinieri, autori di aver posto in essere atti di torture e sevizie per condurli alla confessione.

Calunnie, dicono gli ufficiali dei carabinieri che avevano condotto le indagini, e così dopo un tortuoso iter processuale segnato da assoluzioni, condanne e annullamenti della Cassazione, tutti saranno condannati. GULOTTA e MANDALA’ all’ergastolo, FERRANTELLI e SANTANGELO, all’epoca dei fatti minorenni, evitano la pena perpetua.

Giustizia è fatta! Si, ma solo per 36 anni.

Il 13 febbraio 2012 la Corte di Appello di Reggio Calabria, all’esito di un complesso processo di revisione, assolve GIUSEPPE GULOTTA, per non aver commesso il fatto. Si legge nella sentenza della Corte: VESCO GIUSEPPE, il chiamante in correità, è stato torturato, la sua chiamata in correità, dunque, è illegale, GIUSEPPE GULOTTA ha confessato dopo essere stato picchiato e minacciato dai Carabinieri, violati fondamentali diritti dell’uomo.

Il 14.02.2014 la Corte di Appello di Catania assolve GIOVANNI MANDALA’, è un’assoluzione post mortem – per la gloria – perché Giovanni Mandalà è intanto deceduto in carcere nel 1998. In motivazione la Corte catanese riconosce come le indagini si siano svolte in un quadro di forte illegalità, segnata dai gravi fatti illeciti dei carabinieri di Alcamo. Nulla la chiamata in correità di VESCO, nulle quelle degli altri correi.

E la giacca sporca del sangue di Carmine APUZZO sequestrata nell’abitazione del MANDALA’?

Dobbiamo fare un passo indietro. Chiamato in correità come gli altri, Giovanni MANDALA’ non confessò, nonostante le torture cui venne sottoposto negò ogni suo coinvolgimento.

Ma, lo inchiodava una giacca. La mattina del 18.2.1976 durante una perquisizione presso la sua abitazione di Partinico viene prelevata una giacca che presenta macchie verosimilmente di natura ematica. La perizia dirà poi che, in effetti, si trattava di sangue umano, appartenente allo stesso gruppo sanguigno del sangue del povero CARMINE APUZZO.

Dunque, tutto chiaro, chiamata in correità del VESCO, la giacca sporca del sangue della vittima, MANDALA’ è colpevole. MANDALA’ pero si difende al processo, denuncia la frode processuale urla la sua innocenza, denuncia “.. qualcuno ha imbrattato la mia giacca”.

Calunnie, dicono i giudici, non è immaginabile scriveranno in sentenza che i carabinieri abbiano versato il sangue dell’APUZZO, anche perché la perizia dei proff. GIACCONE e FALLUCCA aveva negato la presenza di anticoagulante, che in ipotesi sarebbe stato necessario a rendere liquido il sangue. Si ricorderà, infatti, che il sequestro della giacca è avvenuto dopo venti giorni l’eccidio.

Tutto si gioca su questa prova, la difesa del MANDALA’ sa bene che la perizia ematologica sul sangue rinvenuto nella sua giacca è una prova decisiva, lì si gioca il destino di MANDALA’. Si aggrappa a tutto, ad ogni speranza, chiede alla Corte di Assise di poter vedere la giacca, di poterla riesaminare.

Ma, la giacca non c’è più, è il 30.12.1980 quando il presidente ordina in udienza di aprire il plico sigillato contenente l’indumento,  la giacca è scomparsa. Non importa diranno i giudici in sentenza, la perizia è attendibile, MANDALA va condannato all’ergastolo.

La giacca, però, riappare:_ il 10.05.1982, scrive il Procuratore della Repubblica di Trapani “ era in magazzino”, strano che non l’abbiano vista.

Prova decisiva e magica questa benedetta (o maledetta) giacca.

Al processo di revisione di Catania, i difensori della famiglia MANDALA’ (gli avvocati Baldassare LAURIA e Pardo CELLINI) chiedono l’esibizione della giacca per fare la prova del DNA, che una volta per tutti avrebbe messo la parola fine sulla questione.

Impossibile, la giacca è stata distrutta: lo scrive il Presidente della Corte di Assise di Trapani nel provvedimento del 18.04.2013, la cosa è davvero strana perché è lo stesso Presidente della Corte di Assise come la distruzione della giacca sia avvenuta senza che ci fosse la prescritta autorizzazione.

Chi aveva interesse a distruggere la prova?

Ma, c’è un’altra domanda che la Corte della revisione si è posta: il paventato imbrattamento della giacca, da parte dei carabinieri, così come denunciato dal MANDALA GIOVANNI, presupponeva che i carabinieri fossero in possesso del sangue della vittima, avuto riguardo al fatto che l’eccidio era stato consumato ben venti giorni prima il sequestro dell’indumento.

E allora?

La risposta è si, i carabinieri avevano (non si capisce a che titolo) il possesso di due flaconcini contenente il sangue delle due vittime, quello di APUZZO e FALCETTA. Lo conservavano addirittura in un cartone con un filo di spago, che portava la firma del capitano Vincenzo RUSSO-

Ma, è mai possibile? Si!

Lo prova un documento, inedito, prodotto al processo di revisione che riteniamo debba essere pubblicato.

E’ il verbale del 6. 2.1976 in cui si da atto del cartone contenente i flaconcini firmato dal capitano VINCENZO RUSSO, che vengono consegnati a due periti per la comparazione del sangue con le macchie rossastre trovate nelle scarpe di tale Lipari, uno dei primi indiziati della strage.

Ed allora, proviamo a mettere ordine. I Carabinieri di Alcamo avevano prelevato il sangue dai cadaveri delle vittime, lo hanno conservato in caserma all’interno di un cartone sigillato fino al 6.2.1976, a quel tempo non si conosceva l’esito dell’indagine che avrebbe portato gli stessi ad arrestare, prima, VESCO e, poi, via via tutti gli altri (12/13 febbraio 1976).

La perizia del Prof FINESCHI prodotta dalla difesa di GIOVANNI MANDALA’ al processo di revisione di Catania ha provato come per sciogliere il sangue, allo stato solido, non fosse necessario l’uso di anticoagulante (non rinvenuto alla perizia), era sufficiente una semplice soluzione salina.

Ma che strano! La sentenza all’ergastolo di MANDALA’ aveva respinto la denuncia di frode processuale del medesimo proprio sul fatto che non vi fosse anticoagulante nel sangue delle vittime periziato.

Sembra tutto una magia, la giacca prima scompare, poi riappare, infine viene distrutta senza alcuna autorizzazione, GIOVANNI MANDALA’ nelle more è morto in carcere, per una malattia contratta durante la detenzione.

E’ stato assolto, ma lui non lo sa. La storia di Alkamar rimane un mistero.

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