Il caso Mandalà: nuovi inquietanti interrogativi sulle indagini dello storico errore giudiziario.

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Verso la verità. La sentenza di assoluzione in revisione di Giovanni MANDALA’ riconosce l’esistenza di un grave quadro di illegalità nell’ambito del quale i carabinieri di Alcamo hanno condotto le indagini. Si è già detto sulle torture inflitte a Vesco Giuseppe, colui che dopo un drammatico interrogatorio, condotto dal capitano Giuseppe Russo, chiamò in correità Gulotta Giuseppe, Ferrantelli Vincenzo, Santangelo Gaetano e Giovanni Mandala, adesso nuovi particolari rendono ancora di più inquietante la storia processuale di Giovanni MANDALA, morto in carcere prima ancora di ascoltare la sua sentenza, assolto per non aver commesso il fatto. 

Tutti gli arrestati per quella storia sono stati assolti nei rispettivi processi di revisione, tutti secondo le sentenze ormai irrevocabili sono stati sottoposti ad interrogatori illegali da parte dei carabinieri, tutti hanno confessato la partecipazione all’eccidio,  ad eccezione di Giovanni Mandala che si avvalse della facoltà di non rispondere. Ciò accadeva la notte tra il 12/13 febbraio del 1976.

Ma, proprio la mattina successiva i fermati rei confessi, innanzi il magistrato, ritrattarono le rispettive confessioni accusando i carabinieri di aver subito minacce e sevizie. Le indagini, dunque, tornavano al punto di partenza, i carabinieri sono in difficoltà, sono stati denunciati e rischiano di vedersi sterilizzare il lavoro “investigativo” che li aveva condotti alla chiusura ( forse troppo precipitosamente) del caso. Accade però un fatto strano.

Pur avendo condotto le perquisizioni nelle rispettive abitazioni dei Gulotta, Ferrantelli, Santangelo e Mandala’ la notte del fermo, i carabinieri  ritornano a casa di uno soltanto di questi, per una ulteriore perquisizione. Non è dato comprendere il motivo per il quale hanno scelto solo uno di essi, per l’ennesima perquisizione ed il motivo di essa.

E’ il 18 febbraio 1976 (5 giorni dopo il fermo) il “prescelto” e’ Giovanni Mandala di Partinico (l’unico che non aveva confessato).

Ma, non è una perquisizione normale, si cerca una cosa in particolare, l’oggetto di interesse dei carabinieri e’ addirittura la camera da letto di Giovanni Mandala. Strano!

Non è dato comprendere la ragione di questa importante intuizione investigativa. Avevano trovato le armi, avevano perquisito le abitazioni di tutti, non bastava.

Ci voleva dell’altro per chiudere le indagini, e quell’altro arriva, eccome. Il verbale di perquisizione e sequestro dei carabinieri è del 27 febbraio, l’oggetto della perquisizione è la camera da letto, o meglio l’armadio. Si sequestrano degli abiti, fra questo una giacca principe di Galles del Mandala.

La giacca però non viene sigillata, viaggia verso Alcamo. Sulla giacca verrà trovato il sangue di Carmine APUZZO.

Ma, è un sequestro strano.

La giacca, come si evince dal verbale di sequestro, viene acquisita materialmente dai carabinieri di Partinico il 18 febbraio 1976, alle ore 8,30, il reperto non viene sigillato, viene trasportato presso la caserma di Alcamo e trattato con un reagente dal maresciallo ANTONIO FOIS. Si tratta di un atto arbitrario del carabiniere, non munito di alcuna autorizzazione che di fatto consuma una irrimediabile manomissione del reperto in sequestro, prima ancora della sua consegna materiale alla Procura della Repubblica, consegna che avverrà il giorno successivo, il 19 febbraio.

Di tutto ciò nè da atto la sentenza della Corte di Assise di Appello di Palermo del 23.6.1982. Quello che è accaduto in queste ore che separano l’acquisizione della giacca, il trattamento non autorizzato del maresciallo FOIS e la consegna alla Procura della Repubblica non è dato sapere. E’, però, la sentenza di revisione della corte di appello di catania che ricostruirà i fatti di quella giornata. E’ un mistero, la giacca (la prova regina) scomparirà dagli atti processuali il 30.12.1980, subito dopo la richiesta della difesa di periziare il reperto, riapparirà durante il processo di appello il 10.05.1982, ed infine e sarà distrutta da una manina non individuata, senza alcuna autorizzazione del Giudice.

La strana dinamica della giacca di Mandalà rimarrà un mistero, ma sul punto  la sentenza di revisione della Corte di Appello di Catania, che assolve Giovanni MANDALA’, dopo 16 anni la sua morte in carcere, scriverà:

“Rimane, quindi, in piedi l’ipotesi della frode processuale, sempre però che si dimostri che gli organi di polizia giudiziaria fossero in possesso di campioni del sangue riconducibili ai poveri carabinieri uccisi nel feroce agguato del 27.1.1976”.

I carabinieri avevano il sangue delle vittime, lo avevano conservato gelosamente nei loro uffici ( si tratta di un’anomalia inspiegata), dunque risposta affermativa.

Molte domande ancora sono senza risposta: Perché i carabinieri avevano il sangue prelevato dalle salme conservato in uno scatolone all’interno della caserma? Perché la giacca sequestrata, nell’armadio della camera da letto del MANDALA’, non fu sigillata come richiesto dai protocolli della polizia scientifica? Perché la giacca non venne consegnata subito alla Procura e soprattutto perché sulla giacca venne fatto un accertamento dal maresciallo FOIS’ Perché la giacca è scomparsa dagli atti processuali? Perché e soprattutto chi ha distrutto la giacca senza alcuna autorizzazione del giudice? Chi aveva interesse a distruggere  la prova regina del processo, sulla quale la difesa del MANDALA’ nel processo di revisione voleva fare l’esame del DNA, per verificare l’effettiva riconducibilità delle macchie di sangue sulla giacca a quello della vittima.

Domande che dopo 40 anni rimangono senza risposta, e consegnano alla storia della nostra Repubblica una strage impunita.

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