La “verità finta” sulla Strage di piazza della loggia. Nel processo di revisione l’ergastolo di Maurizio Tramonte come un “totem” da venerare

La revisione di una sentenza di condanna ha sempre costituito negli ordinamenti processuali liberali l’esaltazione dello stato di diritto e della sua capacità a mettere in discussione una determinata “verità legale”.

Si sà, il processo penale non serve a stabilire la verità su un dato accadimento, costituente reato, ma solo a stabilire se nei confronti di un determinato soggetto, in base alle regole processuali vigenti all’epoca del procedimento, quell’avvenimento si sia realizzato e lo abbia visto coinvolto al punto da potersene attribuire la responsabilità.

La sentenza di condanna che viene emessa all’esito del processo penale forma, dunque, la c.d. “verità legale” che si sostituisce alla c.d. “verità storica”. Questo risultato risponde, ovviamente, ad un’esigenza di certezza dell’ordinamento giuridico, un risultato convenzionale che si muove sulle regole della probabilità, della verosimiglianza di una determinata ricostruzione dei fatti e della aderenza di essa rispetto ad una ipotesi investigativa.

La verità non sempre coincide con la verosimiglianza, anzi tavolta si rivela diversa. Ma, è la verità, ed è più forte della verosimiglianza.

La condanna di Maurizio Tramonte formulata dalla Corte di assise di appello di Milano il 22.07.2015, dopo un lungo processo che aveva visto due precedenti giudizi di merito delle Corti di assisi di Brescia in direzione opposta, ovvero con l’assoluzione, maturò grazie all’accertata presenza fisica di Maurizio Tramonte in piazza della loggia la mattina della strage.

La circostanza per i giudici milanesi consentiva di dare una diversa chiave di lettura al materiale processuale che le corti bresciane avevano ritenuto insufficiente. D’altro canto una volta accertato che Tramonte era stato presente sul luogo dell’attentato diventava difficile sostenere la sua estraneità al progetto criminale. Si trattava sempre di un giovane che abitava a centinaia di chilometri da brescia, sicchè a meno di non arrampicarsi sugli specchi appariva difficile potersi trattare di mera coincidenza.

Tramonte tuttavia aveva sempre negato la sua presenza sul luogo della strage, e ciò dimostrava l’infedeltà dello stesso nel rapporto di collaborazione con i servizi segreti del generale Miceli, la falsità della ritrattazione fatta dal medesimo delle precedenti dichiarazioni confessorie, e la falsità dell’alibi addotto.

Una sorta di “prova jolly” che secondo la corte milanese dava spiegazione a tutto, ovviamente secondo un metodo di valutazione di tipo probabilistico, come accade in tutti i processi indiziari.

Tanto è bastato a Milano per chiudere una delle pagine più oscure della storia della repubblica. Al processo di appello bis di Milano, la Procura aveva portato un nuovo teste, tale ARRIGO VINCENZO con precedenti per calunnia, uno che aveva bisogno di accreditarsi un ruolo per chiedere permessi e benefici. Non certamente un angioletto ma in tempi di “guerra” tutto è ammesso.

Arrigo aveva condiviso la cella con TRAMONTE, in carcere si parla, si sa.  Ad un certo punto ricordò che proprio il Tramonte gli aveva mostrato una foto pubblicata da un giornale, che ritraeva un’immagine di piazza della loggia dopo l’attentato, foto nella quale si autoriconosceva in uno dei soggetti presenti.

La stampa dell’epoca definì quella trovata una “genialata”, il colpo di scena che inchiodava Tramonte alle sue responsabilità e appagava la sete di giustizia. Ma, il procuratore generale di Milano portava pure il riscontro: il prof. CAPASSO esprimeva un giudizio di compatibilità antropometrica tra il soggetto della foto pubblicata dal giornale e il Tramonte, solo un giudizio di compatibilità, non di certezza della identità.

Partita chiusa, un risultato che accontentava tutti e metteva una pezza ad anni di depistaggio e inadeguatezza investigativa.Ma, Tramonte con quella strage non c’entra nulla, è un’altra vittima indiretta. C’è un’altra inchiesta a Brescia, appena chiusa dalla Procura della Repubblica, e sembra che la matrice non sia proprio quella accertata dalla sentenza nei confronti di Tramonte. C’è dell’altro, c’è il coinvolgimento della N.A.T.O., ma adesso non è il momento giusto per fare chiarezza, abbiamo la Russia alle porte e ci vuole una N.A.T.O. forte.

Al momento va bene il “sangue” di Maurizio Tramonte.

Il giovane ritratto da quella foto, però, non è Maurizio Tramonte. I difensori di Tramonte, gli avvocati Baldassare LAURIA e Pardo CELLINI, con il supporto della Fondazione Giuseppe Gulotta, riaprono il caso. Trovano altre foto, scattate pochi giorni dopo la strage in cui si vede un giovane Tramonte con la barba, di fattezze fisiche, anche al meno attento osservatore, diverse dal giovane della foto del giornale, la c.d. genialata. Anche una nuova perizia antropometrica di nuova generazione nega l’identità del giovane della foto con Maurizio Tramonte.

Dunque, Maurizio Tramonte non era in piazza della loggia la mattina della strage, il patrimonio conoscitivo su cui si fonda la condanna fa un passo indietro, ritorna al livello probatorio delle corti bresciane che lo avevano assolto. Ma c’è ancora la condanna, che non è più al di là del ragionevole dubbio.Il prossimo 13 maggio la Corte di Appello di Brescia, presieduta dal dr. GIULIO DEANTONI, dovrà decidere se ammettere la domanda di revisione e rifare il processo oppure chiudere la partita, almeno per un pò.

Manlio Milani

A Brescia si gioca un’altra partita però, c’è un pezzo di storia della Repubblica che può capitolare.  Quella degli avvocati Lauria e Cellini è una sfida al sistema che ha generato un “dogma”. C’è una verità, quella storica, che vuole riprendersi il suo posto, che vuole scalzare la verità legale, quella finta. Ma c’è una forte resistenza, dopo pochi giorni la prima udienza del 15.3.2022 il Ministro Cartabia si reca a Brescia, apparentemente per scopi istituzionali già programmati. Incontra alcune vittime della strage, ammirevole certamente, ma strano. Non c’era alcuna ricorrenza. C’era stata l’udienza della revisione. Una coincidenza, chissà.

La revisione della condanna in Italia è un evento raro, è un braccio di ferro tra i “conservatori” della sentenza, giusta o sbagliata che sia, in nome della certezza legale e  una verità che bussa alla storia. Gli interpreti di quest’ultima non sono uomini di potere, solo degli “eretici”.

Alla prima udienza del processo, la Corte di appello ha rivendicato la propria competenza territoriale sebbene gli avvocati difensori avessero sollevato la questione della incompetenza. Il Procuratore Generale, Guido RISPOLI, e tutte le parti civili hanno chiesto dichiararsi inammissibile l’istanza. Si tratta – hanno detto – di una circostanza marginale nell’economia del giudizio di colpevolezza. Insomma quella che fu una genialata è diventata, all’improvviso, una circostanza marginale.

Cambiano i tempi e quindi anche i valori, quelli processuali chiaramente. Per loro il giudicato di condanna è una sorta di totem, Maurizio Tramonte dovrà morire in carcere.

Ma, la condanna di Tramonte, secondo i suoi difensori, maturò nella illegalità processuale. Le dichiarazioni confessorie di Tramonte furono rese da Tramonte nelle fasi delle indagini nella qualità di testimone, prima che lo stesso fosse indagato per la strage. Dunque, senza garanzie difensive. Quelle dichiarazioni furono ritenute più credibili di fronte alle dichiarazioni rese in dibattimento in cui Tramonte ritrattò tutto, dicendo di aver detto il falso per le pressioni subite dagli inquirenti. Ma quelle dichiarazioni non potevano essere utilizzate per provare i fatti in essi affermati. Per il P.G. e le parti civili però non importa, ormai il processo è finito, Tramonte si meta il cuore in pace, ha perso il suo tempo.

Per i suoi difensori la posizione delle parti è figlia di una discutibile concezione filosofica della giustizia. Il 13 maggio la Corte di Appello di Brescia pronuncerà la sua sentenza. La sensazione è che la vicenda non si chiuderà nemmeno questa volta.

di LAURA ANCONA

 

 

 

 

 


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