Lucia Bartolomeo sta scontando l’ergastolo per l’omicidio del marito ma una nuova perizia rivela il grave errore scientifico della sentenza.

[di Nicola Biondo]

Non è la catarsi dell’happy-end di un film di Hollywood ma la fine, o forse l’inizio, di una storia incredibile di malagiustizia. Dove una donna viene condannata all’ergastolo per aver ucciso il marito con una dose di eroina e il movente è perché aveva un amante. Con l’aggravante che di questi rapporti extra-coniugali “non ha manifestato alcun segno di concreto pentimento e di revisione critica”. No, non sono le parole di qualche oscurantista. Ma quelle vergate in una sentenza in nome del Popolo italiano.

Solo che di eroina in questa storia non c’è traccia, l’uomo è morto perché interrava rifiuti tossici e l’amante è l’unico fatto vero, luminoso e umano, di una storia altrimenti cupa, durissima. E che invece diventa movente disvelante “di una personalità ad impronta criminale”. Ecco i titoli di un tipico caso di populismo giudiziario, cialtrone e incompetente. Se non fosse anche criminale.

I fatti rinviano al 30 maggio 2006. In quella data Lucia Bartolomeo, all’epoca venticinquenne infermiera all’ospedale di Lecce, uccide il marito, Ettore Attanasio. Usa uno stratagemma: mentre lui versa in gravi condizioni di salute in casa, lei gli somministra una dose di eroina tramite una flebo, una dose che stroncherebbe chiunque, 70 grammi. Dopo otto anni di processi, cinque gradi di giudizio con un rinvio dalla Cassazione, la donna viene condannata definitivamente. Lucia Bartolomeo è una donna davvero diabolica. Che non solo tradisce il povero marito malato, e per aver maggior “liberta” lo uccide, ma intrattiene relazioni fuori dal matrimonio che altro non sono per gli occhiuti inquirenti e giudici, “inquietanti triangolazioni di rapporti sessuali”.

Il rogo ancora non è previsto, ma l’ergastolo sì, la gogna a mezzo sentenza pure. E a quelli Lucia viene condannata. Caso chiuso.

Attenzione, questa è soprattutto una storia di donne. Alla figura della condannata se ne aggiungono altre due. La prima è un perito, nominato dalla Procura, che deve analizzare come è morto Ettore e nel suo campo è una quotata, dicono. È lei a scoprire che nel corpo della vittima c’è una dose massiccia di eroina. Lo mette nero su bianco nella sua perizia. Il perito della controparte non opera nessuna indagine ulteriore, si fida della collega, un po’ si sente soggiogato. Non ha nemmeno un attimo di resipiscenza quando la perita del pm non si presenta nell’aula del processo a spiegare la sua perizia mandando un certificato medico.

La perizia rappresenta la prima pietra scagliata contro la Bartolomeo. Il marito non faceva uso di droghe, era affetto da un malessere costante che lo costringeva da qualche giorno prima della morte a letto. La moglie utilizzando la sua esperienza di infermiera le inietta l’eroina e lo uccide. Semplice, no?

Ci vuole però un movente. E il movente viene proposto dall’indagine delle forze dell’ordine. La Bartolomeo ha un amante, anzi due amanti. E se riesce a tradire il vincolo matrimoniale allora può ben essere anche un’assassina. Anche questa seconda pietra viene scagliata dalla mano di una donna giudice estensore della seconda sentenza di appello. Quella che lega il fatto di avere relazioni extra-coniugali con la capacità di uccidere. Insomma, se sei una donna a cui piace il sesso potresti anche essere un’assassina. Ecco un estratto della sentenza “Nel corso delle vari fasi del processo penale a suo carico la donna sempre ripiegata su se stessa non ha manifestato alcun segno di concreto pentimento e di revisione critica rispetto alla sua condotta di vita [sic!], violativa del vincolo di fedeltà matrimoniale…”. Lo stigma morale, aggiunto alla condanna al carcere a vita, non finisce qui. Continua la sentenza: “È evidente che ella [la Bartolomeo] avrebbe potuto agevolmente riconquistare la libertà dal vincolo coniugale semplicemente chiedendo di potersi separare dall’uomo, che invece venne privato del bene superiore della vita. Il movente dell’azione criminosa quindi disvela una personalità ad impronta criminale…non può non evidenziarsi la sua capacità di manipolare i familiari inducendoli a credere che il povero Attanasio fosse malato e di dissimulare anche nella vita anteatta altre relazioni extraconiugali, perfino con inquietanti triangolazioni di rapporti sessuali…”. Per questo giudizio espresso sulla Bartolomeo sono state negati i benefici di legge.

A destrutturare l’intero impianto investigativo e probatorio ci pensano due avvocati, due legali che di errori giudiziari sono fra i massimi esperti in Italia. Si chiamano Pardo Cellini e Baldassare Lauria. Le cronache li ricordano come avvocati di Giuseppe Gulotta, l’ex-ergastolano accusato di aver ucciso due carabinieri in Sicilia, protagonista della più grande frode processuale della storia giudiziaria italiana. E proprio per la Fondazione Gulotta, i due legali hanno preso in carico il caso dell’infermiera di Lecce. Nel corso delle loro indagini hanno scoperto particolari incredibili, che li hanno spinti a depositare alla Corte di Appello di Potenza un’istanza di revisione a favore della Bartolomeo. La lettura di questo atto racconta un’altra storia. Questa.

La vittima si occupava di interrare rifiuti tossici nelle campagne del Salento. Discariche abusive dove venivano “tombati” fusti di diossine gestite da un consorzio criminale composto da imprenditori. Tutti condannati per questi reati. Ettore Attanasio era un “crumiro”, allettato dal facile guadagno e ben cosciente di rischiare la vita: per i suoi ultimi lavori veniva ricompensato con il doppio dello stipendio.

Si ammala improvvisamente e il suo medico curante gli prescrive dei semplici medicinali per l’astenia e la tosse, essendo ben a conoscenza delle bruciature che a partire dal petto affliggevano il suo paziente. Chiari sintomi di un avvelenamento progressivo.

Con l’ausilio di due periti, un medico legale e un tossicologo, i due avvocati scoprono la verità più incredibile. Attanasio non ha mai assunto eroina, la perizia intorno alla quale ruota tutto l’impianto accusatorio è sbagliata. Negli organi dell’operaio di Lecce non è presente il metabolita MAM6, una sorta di carta d’identità esclusiva dell’eroina. Se non è presente nelle analisi significa una sola cosa: che l’eroina non è mai stata assunta. Come è potuto accadere? Secondo la nuova perizia i periti del PM operano una mera intuizione che finisce nella consulenza: le analisi erano positive alla morfina e alla codeina, sostanze da sempre presenti negli analgesici e medicine per la tosse, quindi con un salto logico la consulente sostiene che la vittima abbia assunto eroina. Un errore macroscopico. Che però non è il solo nella carriera della perita del PM. Avviene al tribunale di Roma dove una sua perizia finisce nella polvere per mano dei giudici. È il famigerato caso Stuto, la morte di una studentessa per la quale viene processata e assolta e risarcita la sua amica e coinquilina. La perizia la indicava come la colpevole.

Anche qui un errore macroscopico scoperto grazie all’intervento del Presidente della corte che ha evitato una condanna all’ergastolo e su cui la sentenza di assoluzione userà parole durissime nei confronti della perita. Era il 2002 e come nulla fosse 4 anni dopo allo stesso perito viene dato l’incarico di occuparsi del caso Bartolomeo. Nei paesi anglosassoni quando un perito opera un errore consuetudine vuole che il tribunale riprenda in mano tutti i suoi lavori per controllare il pregresso. Evidentemente i Pm leccesi non hanno avvertito questa semplice urgenza, sapere chi era il perito che stavano nominando.

 

 


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