Ergastolo ostativo illegittimo: La CEDU respinge il ricorso dell’Italia, vince lo Stato di Diritto.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto il ricorso del governo italiano contro la sentenza del 13 giugno 2019 nella quale la corte aveva affermato la contrarietà dell’ergastolo ostativo all’art. 3 della Convenzione.

L’Italia, a settembre, aveva chiesto che il caso venisse sottoposto al giudizio della Grand Chambre, ma la richiesta non è stata accolta.

L’istituto del “fine pena mai”, secondo le censure della Corte, viola infatti i diritti umani del condannato in quanto il detenuto mai può essere privato della possibilità di redimersi e di “recuperare la libertà un giorno”.

Leggi qui il Comunicato.

Riportiamo di seguito l’approfondimento sulla decisione.

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LA CORTE EDU RIPORTA L’ORDINAMENTO PENITENZIARIO ITALIANO NELLA LEGALITÀ: L’ERGASTOLO OSTATIVO VIOLA L’ART. 3 DELLA CEDU
14 Giugno 2019 Diritti dei detenuti, News

di Baldassare Lauria e Mariangela Cirrincione

Con la pronuncia Viola c. Italia (n.2) la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo afferma la contrarietà dell’ergastolo ostativo, cosiddetto “fine pena mai”, al principio espresso all’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo cui “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

Il principio della dignità umana, per la Corte, impedisce ogni privazione della libertà della persona che non sia accompagnata da un progetto per la reintegrazione sociale della stessa e dalla conservazione a favore di questa della fondamentale prospettiva di “recuperare quella libertà un giorno”. In particolare, ribadendo quanto già affermato nella sentenza Vinter e altri. c. Regno Unito, “un detenuto condannato all’ergastolo ha il diritto di sapere cosa deve fare per garantire la sua liberazione e quali sono le condizioni“. La Corte EDU aggiunge che le autorità nazionali devono garantire ai detenuti condannati all’ergastolo reali possibilità di reinserimento sociale, secondo un obbligo positivo di mezzi concretizzato anche in una progressione positiva nel trattamento carcerario.

La Corte condanna lo Stato italiano per quello che definisce un serio “problema strutturale” dell’ordinamento italiano, i cui meccanismi determinano una sistematica violazione dell’art. 3 della CEDU. Il legare indissolubilmente la mancata collaborazione con la giustizia alla presunzione assoluta di pericolosità sociale, infatti, rischia di privare le persone condannate per i reati previsti all’art. 4 bis della legge sull’Ordinamento Penitenziario di qualsiasi prospettiva di fuoriuscita dalla loro condizione di detenuti e di ogni possibilità di ottenere una nuova determinazione della pena sotto gli aspetti qualitativo e quantitativo. Ciò comporta un’inaccettabile lesione sostanziale dei diritti umani delle stesse.

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IL RICORSO INDIVIDUALE

Ai sensi dell’art. 34 della Convenzione, la causa prendeva avvio da una domanda per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali presentata il 12 dicembre 2016 dal cittadino italiano Marcello Viola contro la Repubblica Italiana. Il ricorrente, attualmente detenuto nel carcere di Sulmona, sta scontando una condanna all’ergastolo ostativo, cosiddetto “fine pena mai”, descritta come disumana e degradante. Affermava, altresì, l’incompatibilità del sistema carcerario con l’obiettivo di rieducazione dei detenuti.
Il 30 maggio 2017, le doglianze presentate e riguardanti gli artt. 3 (divieto di tortura) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della CEDU venivano comunicate allo Stato italiano e la domanda veniva dichiarata ammissibile. Nella decisione, la Corte, quale unico titolare del potere di caratterizzazione giuridica dei fatti della causa, dichiarava di non essere vincolata da quelli ad essa attribuiti dalle parti. Alla luce delle informazioni di cui disponeva, affermava quindi che solo la denuncia del ricorrente ai sensi dell’art. 3 sollevava importanti questioni di fatto e di diritto. Inoltre, decideva di allegare al merito l’obiezione dello Stato italiano secondo cui il ricorrente non fosse “vittima” del sistema così costruito.

STORIA GIUDIZIARIA DEL RICORRENTE

La storia giudiziaria del ricorrente si sviluppa lungo due processi relativi ai fatti riguardanti la cosiddetta “seconda faida di Taurianova”.
In particolare, il primo processo, cosiddetto “Marcello Viola + 24”, riguardava gli eventi verificatisi tra gennaio 1990 e marzo 1992, ove egli veniva ritenuto responsabile di quattro omicidi del 3 maggio 1991 (“Black Friday”) nell’ambito di una faida tra clan mafiosi. Il 16 ottobre 1995, la Corte d’Assise di Palmi condannava il ricorrente a 15 anni di reclusione per associazione di stampo mafioso,  ritenuto della stessa capo e promotore. Con sentenza n. 3 del 10 febbraio 1999, la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria riduceva la pena a 12 anni di reclusione. Il ricorrente non presentava ricorso per questioni di diritto.
Il secondo processo, cosiddetto “processo del Taurus”, riguardava altri fatti relativi alle attività criminali dei clan di Taurianova. Il 22 settembre 1999, la Corte d’Assise di Palmi, con la sua sentenza 10/99, riconoscendolo colpevole del reato di associazione di stampo mafioso e altri reati (omicidio, rapimento e detenzione illecita con conseguente morte della vittima, possesso illegale di armi da fuoco) aggravati dalle circostanze “mafiose”, condannava il ricorrente all’ergastolo, decisione questa che veniva confermata dalla Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria il 5 marzo 2002.
Il ricorrente depositava quindi un ricorso per questioni di diritto, che veniva rigettato il 26 febbraio 2004. In seguito all’introduzione da parte del ricorrente di una domanda per una nuova determinazione della pena detentiva complessiva basata sul proseguimento dei fatti alla base del “processo Marcello Viola + 24” in quelli del “processo Taurus”, il 12 dicembre 2008, la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, notata l’unicità del programma criminale, quindi affermata la continuità del reato, rideterminando la pena finale nell’ergastolo ostativo con isolamento diurno di due anni e due mesi.

STORIA DETENTIVA

Tra il giugno 2000 e il marzo 2006, il ricorrente veniva sottoposto al regime speciale di detenzione di cui all’art. 41 bis, comma 2, della legge n. 354 del 26 luglio 1975. Il 14 dicembre 2005, il Ministero della Giustizia aveva emesso un’ordinanza per l’estensione del regime “41 bis” al richiedente per un ulteriore periodo di un anno. Il ricorrente presentava ricorso contro questa ordinanza dinanzi al Tribunale dell’esecuzione dell’Aquila, denunciando un difetto di motivazione dell’atto, ossia la mancata valorizzazione della rottura dei legami con l’organizzazione della mafia.
Con un’ordinanza del 14 marzo 2006, il Tribunale accoglieva la richiesta del ricorrente e poneva fine al regime speciale di detenzione che gli era stato imposto. Il Tribunale constatava che le autorità avevano semplicemente dimostrato che l’organizzazione criminale di appartenenza era ancora attiva, allegando che il ricorrente non aveva mostrato segni di ravvedimento o volontà di collaborare con il sistema giudiziario. Rilevava, inoltre, che le autorità non avevano fornito prove fattuali precise, concrete e attuali, per stabilire la capacità della persona di mantenere i contatti con l’organizzazione in questione e che i risultati positivi del programma di riabilitazione seguiti da lui non era stati sufficientemente presi in considerazione nell’ordinanza.
Il ricorrente successivamente chiedeva in due occasioni il permesso premio.
La prima istanza veniva respinta dal giudice dell’esecuzione dell’Aquila il 13 luglio 2011. Nelle sue motivazioni, il giudice sottolineava che il diritto di congedo era escluso per le persone condannate all’ergastolo per uno dei reati di cui all’art. 4 bis della legge n. 354 del 26 luglio 1975 in caso di mancata collaborazione con la giustizia a norma dell’art. 58 ter della legge sull’Ordinamento Penitenziario. Il ricorrente impugnava, quindi, la decisione, sulla base dei risultati positivi del suo corso di rieducazione e della rottura dei suoi legami con l’ambiente della mafia. Sollevava questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 bis nella parte in cui la disposizione contestata non prevedeva che il permesso di congedo potesse essere concesso a detenuti condannati all’ergastolo che non avevano collaborato con i tribunali.
Con l’ordinanza n. 22/12 del 29 novembre 2011, il Tribunale respingeva la richiesta di permesso di congedo del richiedente, mancando appunto la citata condizione di collaborazione. Affermava, in via preliminare, che l’ordinanza del 14 marzo 2006, con la quale era stata decisa la revoca del regime “41 bis”, non aveva alcuna conseguenza giuridica sulla procedura, dovendo questa determinare se il richiedente avesse la capacità di mantenere i contatti con l’organizzazione mafiosa o meno, mentre in quella sede si doveva verificare l’esistenza di prove che dimostrino con certezza che il richiedente non era più collegato all’organizzazione criminale. Nella fattispecie, il Tribunale riscontrava che non erano state prodotte prove positive della rottura di tali collegamenti. Notò, al contrario, che il gruppo mafioso era ancora attivo nel territorio di Taurianova, che il ricorrente era il capo riconosciuto di un’organizzazione criminale e che l’osservazione quotidiana del ricorrente non aveva dimostrato che aveva fatto una valutazione critica del suo passato criminale. Di conseguenza, senza esaminare il merito della questione di legittimità costituzionale sollevata dal ricorrente, la sua domanda veniva respinta. L’ordinanza del Tribunale veniva confermata dalla Corte di cassazione il 7 novembre 2012 (sentenza 3107/12).
La seconda richiesta di permesso veniva respinta dal giudice dell’esecuzione dell’Aquila il 4 giugno 2015 e successivamente dal Tribunale della stessa città il 13 ottobre 2015, sempre per la mancata collaborazione del ricorrente con la Giustizia.
Nel frattempo, a marzo 2015, il ricorrente aveva presentato domanda di risarcimento danni, avvalendosi dei risultati positivi della sua riabilitazione in carcere, della mancanza di legami con la criminalità organizzata e anche dell’impossibilità di beneficiare delle riduzioni della pena ottenute con il rilascio anticipato (più di 1600 giorni accumulati alla data di presentazione della domanda secondo il richiedente). Al contempo, sollevava questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 bis in violazione al terzo comma dell’art. 27 della Costituzione e all’art. 117, comma 1 di quest’ultimo, insieme all’art. 3 della Convenzione.
Con una decisione del 26 maggio 2015, il Tribunale ha rifiutato di concedere la libertà provvisoria al ricorrente poiché lo stesso era stato condannato per associazione di tipo mafioso e altri reati commessi con l’intimidazione. Secondo il tribunale il richiedente non poteva essere ammesso alla libertà condizionale in assenza di collaborazione con l’autorità giudiziaria.

ARGOMENTI DEL RICORRENTE

L’ergastolo ostativo comporta il divieto di concessione di libertà vigilata e di accesso ai benefici, basandosi su una presunzione legale di assoluta di pericolosità insita nel collegamento permanente tra il condannato e l’associazione mafiosa. Solo una cooperazione efficace con i tribunali avrebbe escluso l’automatismo. Tuttavia, la collaborazione, ai sensi della normativa vigente, non avrebbe potuto in ogni caso essere valutata a favore del detenuto,  per la circostanza aggravante relativa all’assunzione del ruolo di capo del clan mafioso e istigatore delle attività di questo da parte del ricorrente. Il condannato si ritrova, quindi, senza alcuna prospettiva di mutamento delle condizioni carcerarie, essendogli preclusa qualsiasi possibilità di revisione della pena.
In merito alla collaborazione, il ricorrente aggiungeva che la coercizione che affermava di subire, oltre a andare contro la sua più intima convinzione di essere innocente e quindi della sua libertà morale, lo poneva nel doloroso dilemma di accettare il rischio di mettere a repentaglio la propria vita e quella della propria famiglia, esponendosi e esponendoli alla tipica rappresaglia della logica mafiosa, o, rifiutandosi di collaborare, di rinunciare a qualsiasi possibilità di miglioramento della propria condizione detentiva.
Dal momento che un eventuale rifiuto dalla collaborazione avrebbe privato il detenuto di qualsiasi percorso di reinserimento e qualsiasi possibilità di accesso alla libertà condizionale, secondo il ricorrente, lo Stato Italiano avrebbe creato una sorta di obbligo indiretto di collaborazione. L’automatismo in questione, de facto, comporta uno squilibrio a favore delle esigenze di politica penale e a detrimento dei requisiti di risocializzazione penitenziaria, minando in tal modo la dignità umana di ciascun detenuto. Il meccanismo riduceva il detenuto al suo crimine. Per le stesse ragioni, in caso di mancata collaborazione con l’autorità giudiziaria, si verrebbe a creare una presunzione di non riabilitazione e una generale persistenza di pericolosità. L’esclusione dai benefici vanificava, inoltre, i positivi riscontri della condotta carceraria dello stesso, il quale non avrebbe potuti usufruire dei 5 anni di liberazione anticipata accumulata e della libertà vigilata.
Sui residuali rimedi interni non esperiti, il ricorrente precisava, infine, che nessun condannato all’ergastolo ostativo sia mai stato graziato dal Presidente della Repubblica.

OBIEZIONI DELLO STATO ITALIANO

Lo Stato italiano affermava che il richiedente non poteva essere considerato una “vittima” ai sensi dell’art. 34 della Convenzione, poiché nessuna violazione dei diritti della CEDU era attribuibile alle autorità dello stesso. Sosteneva, inoltre,  che il richiedente lamentasse, in sostanza, di non essere stato dichiarato innocente dai tribunali nazionali, affermando che, al fine di perorare la sua innocenza, il ricorrente avrebbe dovuto utilizzare il rimedio interno specifico e appropriato, vale a dire il domanda di revisione della sentenza definitiva resa nel suo caso. Per lo Stato italiano, la previsione espressa all’art. 4 bis ha lo scopo di ottenere la dimostrazione tangibile della dissociazione dal mondo criminale da parte dei condannati. Tale prova di risocializzazione si esplica attraverso una collaborazione significativa con la magistratura volta a “disintegrare” l’associazione mafiosa e ristabilire la legalità. Come indicato anche nella decisione della Corte costituzionale n. 306/1993, si precisa, il Legislatore ha esplicitamente favorito le finalità di prevenzione generale e di tutela della comunità.

IN DIRITTO

Per quanto riguarda la questione di legittimità costituzionale sollevata dal ricorrente, il Tribunale rilevava che la disposizione contestata era compatibile con i principi sanciti dall’art. 27, comma 3, della Costituzione. Dopo aver ricordato la giurisprudenza costituzionale e la posizione della Corte in Vinter e altri. c. Regno Unito, la Corte ha dichiarato che la legislazione prevedeva che i condannati al carcere a vita per uno dei reati di cui all’art. 4 bis fossero in ogni caso nella possibilità concreta della liberazione dimostrando che l’esecuzione della sentenza avesse raggiunto il suo obiettivo e che il detenuto fosse pronto per tornare alla società. La Corte osserva che, nella fattispecie, la legislazione nazionale non vieta, in modo assoluto e automatico, l’accesso alla libertà condizionale e ad altri benefici specifici del sistema penitenziario, ma lo subordina alla collaborazione con la giustizia.
Inoltre, benché l’asserito carattere permanente del reato di associazione mafiosa comporti l’esistenza di un vasto programma criminale, proiettato verso il futuro e senza limiti temporali, quindi compatibile con l’inattività del partner o lo stato di vigilanza (Corte di Cassazione n. 46103 del 7 novembre 2014), nessuna esigenza di carattere preventivo può trasformarsi in un meccanismo giustificativo di qualsivoglia pregiudizio della dignità umana. Siffatto fondamentale principio impedisce ogni privazione della libertà della persona che non sia accompagnata da un progetto per la reintegrazione sociale della stessa e dalla fondamentale prospettiva di “recuperare quella libertà un giorno”.
Ancora, ribadendo quanto già affermato nella richiamata sentenza Vinter e altri. c. Regno Unito, la Corte afferma che “un detenuto condannato all’ergastolo ha il diritto di sapere cosa deve fare per garantire la sua liberazione e quali sono le condizioni”, aggiungendo che le autorità nazionali devono dare ai detenuti condannati all’ergastolo una reale possibilità di reinserimento, secondo un obbligo positivo di mezzi, concretizzante una progressione nel trattamento carcerario.
La ricostruzione procede sulla scorta del contenuto di diverse pronunce costituzionali utilizzate dalla Corte di Strasburgo per corroborare il ragionamento alla base della decisione, sintetizzabile nei filoni argomentativi così come esposti.

FUNZIONE RIEDUCATIVA E RISOCIALIZZANTE DELLA PENA

La sentenza n. 12 del 4 febbraio 1966 della Corte costituzionale ha fornito un’interpretazione dell’art. 27, comma 3, della Costituzione, che spiega l’equilibrio tra le varie funzioni assegnate alla pena. I principi costituzionali in materia richiedono che le pene non solo debbano essere finalizzate alla riabilitazione della persona condannata – con ciò indicando l’obbligo per il legislatore di tenere presente lo scopo rieducativo e di mettere in atto gli strumenti per realizzarlo – ma, allo stesso tempo, che esse non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. La rieducazione della persona condannata rimane sempre inquadrata dalla realtà del trattamento penale, il cui carattere afflittivo non può mai superare la soglia oltre la quale è in contraddizione con il principio dell’umanità. Il ruolo centrale della funzione di risocializzazione della pena è ribadito nella sentenza n. 313 del 4 luglio 1990.
Nella sentenza n. 149 del 11 luglio 2018, la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla costituzionalità dell’art. 58 quater della legge sull’Ordinamento Penitenziario. La Corte si sofferma sul “carattere automatico della preclusione temporale all’accesso ai benefici penitenziari” stabilita per i condannati all’ergastolo che impedisce qualsiasi valutazione in concreto di un eventuale percorso rieducativo intrapreso dal condannato. La Corte afferma “il principio della non sacrificabilità della funzione rieducativa sull’altare di ogni altra, pur legittima, funzione della pena”. Tale soglia di tempo è inoltre contraria ai principi di progressività e flessibilità del trattamento del condannato in vista del processo della reintegrazione graduale dello stesso.

INADEGUATEZZA DEL MECCANISMO DI CONCESSIONE DEI BENIFICI COSTRUITO SUL REQUISITO DELLA COLLABORAZIONE

Riguardo alla costituzionalità dell’art. 4 bis, la Corte costituzionale ha specificamente affrontato la questione nella sua sentenza n. 306 dell’11 giugno 1993. Subordinando l’accesso alla libertà condizionale e altri benefici alla cooperazione del detenuto, il legislatore ha affermato una precisa scelta di politica criminale, incentrata nella prevenzione generale e nella protezione della comunità attraverso la richiesta di collaborazione dei membri delle associazioni mafiose, strumento essenziale per il lavoro delle autorità giudiziarie.
Tuttavia, se la collaborazione con la giustizia costituisce una presunzione della “dissociazione” dell’individuo dall’ambiente mafioso e un indice a favore di una prognosi positiva del corso di reintegrazione, non è vero il contrario, vale a dire l’assenza di collaborazione, non consente di affermare che si tratta di un indice inequivocabile del mantenimento dei legami con l’organizzazione criminale. Ha inoltre riconosciuto che la scelta di collaborare può essere il risultato di una valutazione di interesse fatta al fine di godere dei benefici che la legge prevede, senza segnali di compiuta risocializzazione. Due anni più tardi, nella sentenza n. 135 del 24 aprile 2003, la Corte Costituzionale ha confermato che il divieto di cui all’art. 4 bis non ha il carattere di un automatismo legale. Il principio è stato ribadito nella sentenza n. 45978 del 26 novembre 2012 della Corte di Cassazione.

INADEGUATEZZA DEI PARAMETRI CHE “MISURANO” IL RAVVEDIMENTO DEL CONDANNATO

Sull’applicabilità delle presunzioni legali che possono incidere negativamente sui diritti fondamentali, invece, nella sentenza n. 57 del 29 marzo 2013, la Corte Costituzionale ha affermato che la concessione di un particolare beneficio deve essere legata ad una prognosi ragionevole per la sua utilità rispetto al caso specifico. Se così non fosse sarebbe violato il principio di uguaglianza.
La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 306 dell’11 giugno 1993 considera erroneo ritenere che la mancanza di collaborazione possa sempre essere collegata a una scelta libera e volontaria, giustificata unicamente dalla persistenza dell’aderenza a “valori criminali” e dal mantenimento di legami con il gruppo di appartenenza. La mancanza di collaborazione, ancora, non indica necessariamente il mantenimento dei legami con l’organizzazione mafiosa e, di contro, può avvenire senza che rifletta un’effettiva “dissociazione” dalla comunità criminale, potendo essere posta in essere al solo scopo di ottenere i benefici previsti dalla legge. Alla luce di ciò ogni presunzione di pericolosità poggia su basi molto deboli. Non è peraltro escluso che la “dissociazione” dall’ambiente della mafia possa essere espressa diversamente dalla collaborazione con la giustizia.

INADEGUATEZZA DELLA CATEGORIA DELLA PERICOLOSITÀ SOCIALE E PROGRESSIONE CARCERARIA

Certamente, la Corte riconosce che i reati per i quali il ricorrente è stato condannato riguardano un fenomeno particolarmente pericoloso per la società, in ragione del quale troverebbe giustificazione la severità della norma dell’art. 4 bis. Tuttavia, afferma la Corte, nemmeno l’estrema rilevanza pubblicistica della lotta alla mafia, può giustificare deroghe alle disposizioni dell’art. 3 della Convenzione, che vietano in termini assoluti punizioni inumane o degradanti. Così, la natura dei reati commessi dal richiedente è considerata irrilevante per l’esame della domanda. La stessa funzione di risocializzazione mira del resto a prevenire le recidive e proteggere la società

STATUS DI “VITTIMA”

La Corte afferma che la pena dell’ergastolo ostativo limita eccessivamente la prospettiva di miglioramento delle condizioni del detenuto, nonché la possibilità che sia riconsiderata la sua pena. Pertanto, la pena dell’ergastolo ostativo non può che essere descritta come eccessivamente afflittiva ai sensi dell’art. 3 della Convenzione. La Corte rigetta, quindi,  l’obiezione dello Stato italiano relativa allo status di vittima del richiedente e conclude che i requisiti dell’art. 3 a questo riguardo non sono stati rispettati.

CONDANNA DELLO STATO ITALIANO

La Corte condanna lo Stato italiano per quello che definisce un “problema strutturale” del sistema, i cui meccanismi determinano una sistematica violazione dell’art. 3 della CEDU. Il legare indissolubilmente la mancata collaborazione con la giustizia alla presunzione assoluta di pericolosità sociale, infatti, stante la complessità delle dinamiche sottese ai fatti trattati in sentenza, rischia di privare le persone condannate per i reati previsti all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario di qualsiasi prospettiva di uscita e possibilità di ottenere una nuova determinazione della pena sotto gli aspetti qualitativo e quantitativo. Ciò comporta una lesione sostanziale dei diritti umani. Inoltre, alla luce dei molteplici analoghi ricorsi pendenti, la Corte auspica un intervento in sede legislativa che miri all’abrogazione sostanziale delle norme sull’ergastolo ostativo.

RISARCIMENTO DEL DANNO

In relazione alla richiesta di risarcimento del danno morale sofferto, quantificata dal richiedente in 50.000 euro e contestata dallo Stato italiano, infine, la Corte ritiene che, in considerazione delle circostanze del caso, la constatazione della violazione dell’art. 3 della Convenzione accertata a favore del ricorrente costituisce ex se una soddisfazione equa sufficiente. La Corte ha ritenuto ragionevole attribuire al ricorrente la somma di euro 6.000 per le spese legali.

 

 


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